Nutella e filosofia


Nutella e filosofia

La filosofia dell’ultimo barattolo di Nutella

ADRIAN WERUM

awerum

13/10/20212 min.

Ho letto ancora e ancora a piccoli tratti Rüdiger Safranski e il suo libro su Heidegger “Ein Meister aus Deutschland” (confesso che all’inizio avrei pensato a Richard Wagner dal titolo), dopo essermi presto stancato dell’opera principale di Heidegger “Essere e tempo” a causa di questa tentata oggettività nella progettazione del linguaggio.

In questo momento sono al passaggio di Heidegger, dopo “Essere e tempo”, a una metafisica dell’impegno per liberare l’abisso dell’angoscia dall’esistenza umana. Almeno così mi sembra di capire. Involontariamente, mi vengono in mente associazioni della mia vita: si ha naturalmente sempre paura nella vita, di decisioni difficili, di mettere in pericolo la propria esistenza, e molto altro, che è sempre concretamente legato a certe situazioni. La paura nel senso di un vuoto totale, di un abisso senza fine, l’ho incontrata personalmente più sotto forma di certe persone che, e qui la cosa si fa eccitante, hanno una paura di fondo della vita per eccellenza, con tutto ciò che le appartiene e che anzi, secondo me, la rende davvero bella: l’amore, i sentimenti, i legami, gli incontri e il godimento dell’attimo nella sua completezza e grandezza. Spesso ho sperimentato che queste persone si aggrappano costantemente, quasi in preda al panico, a qualcuno o a qualcosa, per la pura disperazione di cadere nel nulla del proprio guscio, poiché probabilmente sono già consapevoli che in realtà non c’è nulla che ti trattenga in questo mondo, dal momento che fuggono costantemente dal valore dell’essere umano.

Ho guardato in questo nulla più di una volta. Non è un bello spettacolo. È un vortice di vuoto che tira verso il basso, in cui non ci sono valori. Ho provato allora anch’io questa sensazione di sprofondamento nello stomaco di fronte al nichilismo pratico della disperata esistenza umana. Per non scomparire in questo nulla, la persona deve mostrare un costante impegno che non le permetta di sentire il suo vuoto. Il suo partner deve tenerlo in braccio, oppure c’è una dipendenza da esperienze fisiche forti che vanno dagli sport estremi all’automutilazione. Alla base di tutto questo c’è un’incomprensibile paura di vivere, di vivere come una persona che osa amare, che sa che nemmeno il rifiuto la ucciderà, come una persona che osa buttarsi nella vita con il suo coraggio, con tutta la sua persona, la sua personalità, persino la sua esistenza, una persona che conosce le delusioni della vita, che sa soprattutto che senza il coraggio di affrontare le delusioni non si può vivere una vita veramente preziosa.

Solo attraverso l’affermazione completa della vita si può superare la sofferenza e il dolore, o soprattutto, solo attraverso questo si può superare l’inadeguatezza umana, religiosamente parlando, solo attraverso questo si può raggiungere la salvezza.

Solo attraverso la perfetta affermazione della vita in ogni momento è possibile superare la vita e la sua finitudine.

Coinvolgendosi con il più finito dei 100%, nasce l’infinito o l’immortalità metafisicamente espressa….

Per me l’immagine più bella è l’ultimo momento della vita:

Idealmente, nella cerchia dei familiari e degli amici, si consegna al morente un barattolo di Nutella vergine non aperto. L’ultimo atto sulla terra è quindi girare il tappo a vite verso destra, sollevarlo nella rotazione, appoggiarlo sulle poesie di Eichendorff o su un libro altrettanto edificante, afferrare un piccolo coltello affilato, forare il radioso guscio d’oro, squarciare lo stesso, forare la massa di cioccolato che giace tranquillamente lì, e infine il sapore sulla lingua che si combina con piacere con la Nutella sulla punta del coltello.

Un altro sorriso beato in mezzo ad amici e parenti… e questo è tutto… il segreto della beatitudine della vita.